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I mesi bui trascorsi a cavallo fra il 1917 e il 1918
rappresentarono un tragico ricordo di morte,
dolore e carestia per le terre del Portogruarese.
Un anno di violenze e devastazioni per la pacifica
gente del Veneto nord orientale.

Fino al novembre 1917 Portogruaro non aveva affatto sofferto per la guerra: il fronte era lontano più di un centinaio di chilometri e se non fosse stato per i richiami che avvenivano a getto continuo, per gli abiti a lutto così diffusi da sembrare quasi una moda e per il continuo transito di soldati diretti al fronte o al riposo, la guerra quasi non si sentiva.
Anzi, la presenza di truppe in così gran numero, aveva dato vita a tutta una serie di piccoli commerci (uova, vino, insaccati ecc.) che aiutava, da una parte, i militari a rompere la monotonia di un vitto molto spesso scadente e dall’altra consentiva a contadini ed osti di integrare gli altrimenti scarsi guadagni.
La sconfitta di Caporetto e la ritirata dell’esercito italiano colse di sorpresa la popolazione del Veneto orientale. La mancata organizzazione dello sgombero da parte delle autorità militari, la cattiva stagione e la ritrosia dei contadini ad abbandonare terra, casa e bestiame, portarono gran parte degli abitanti di Portogruaro e dintorni a rimanere sperando sia nel rapido ritorno delle truppe italiane sia nel fatto che forse gli austriaci erano migliori di come la propaganda li dipingeva.
Troppo tardi si accorsero dell’errore commesso.
Fu un anno di inferno e se ne ebbe l’avvisaglia già con l’arrivo dei primi soldati austriaci e tedeschi i quali, per dimenticare i sacrifici e le restrizioni di due anni di trincea, si diedero a saccheggiare impunemente i territori occupati.
Per impedire vandaliche distruzioni dovette intervenire lo stesso Boroevic, comandante del Gruppo d’Armate dell’Isonzo; si era infatti deciso che, per sollevare l’Austria stremata dal blocco economico, l’esercito in Italia si mantenesse solo con le risorse del paese occupato.
Di qui la riduzione delle razioni alimentari a quantità irrisorie, oltre che pochi grammi di farina per persona al giorno altro non si distribuiva, lasciando alla fantasia della gente la maniera di trovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Solo se si aveva oro, con cui pagare il grano, i capitani agricoli si mostravano disponibili a dare buoni di consegna. Questi capitani sapevano bene come arricchirsi in poco tempo; essi infatti gestendo le requisizioni granarie frodavano il contadino e l’esercito vendendo quanto rimediato, su pagamento in oro, a friulani e carnici.
In molti casi, quando si facevano distribuzioni di viveri, non si accettavano le lire venete (considerate una monete d’occupazione che non valeva nulla), ma si pretendeva il pagamento in lire italiane.
Le conseguenze di questo duro regime furono un aumento spaventoso della mortalità: a Portogruaro, su una popolazione di circa 9000 abitanti, nel 1918 morirono ben 444 persone, vecchi e bambini soprattutto. Alla mortalità, molto spesso dovuta a sottoalimentazione, si aggiungeva una triste situazione sanitaria dovuta al fatto che tutto il chinino (usato come antipiretico o analgesico) esistente nelle farmacie e nelle tabaccherie veniva destinato alle truppe abbandonando così i numerosi malarici al loro destino.
Inoltre, quando qualche cittadino veniva preso di mira dalla gendarmeria austriaca, egli veniva obbligato a risiedere nelle zone malariche con scontate tragiche conseguenze.
Portogruaro, pur essendo capoluogo di un distretto ad economia prevalentemente agricola, godeva già in quel periodo di una solida struttura industriale: mulini, fornaci, industrie delle pelli, del legno, del ferro, prodotti chimici. Tutto venne letteralmente distrutto o trasportato in Austria o a Trieste; ad esempio la fabbrica di perfosfati venne spogliata di tutti i suoi macchinari e del piombo.
Le biblioteche attiravano particolarmente i soldati bosniaci: a Portogruaro vennero prese di mira e sconvolte, o gravemente danneggiate, quella del Seminario, quella di mons. Degani e quella dell’avvocato Bertolini.
Alla fine dell’ottobre 1918, gli austriaci abbandonavano Portogruaro; la guerra finiva, la gente cominciava a pensare al futuro che purtroppo per la cittadina veneta non si presentava particolarmente roseo: la distruzione del tessuto industriale ed anche di quello agricolo peserà a lungo sullo sviluppo del paese.




 
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